martedì 27 gennaio 2009

La giornata della memoria

Sono convinto che il ricordo non abbia valenza politica se non è finalizzato all'oggi. La ricorrenza non è un compleanno, né un anniversario. E' qualcosa di più e di diverso che attiene alla sfera pubblica e sociale più che a quella privata. Questo vale per il Natale, come per il primo maggio. Per il 25 aprile come per il 2 giugno. E vale anche per la giornata della memoria.

Che la bestia umana possa arrivare a compiere stragi di persone inermi è di per sé orribile, ma quando queste stragi sono compiute in nome di una diversità (religiosa, sessuale, culturale) diventa inaccettabile e ripugnante, e credo che sia giusto riflettere collettivamente sulle atrocità a cui si può arrivare quando si parte da una presunta superiorità; quando, per dirla con Bill Clinton, si guarda qualcuno come se fosse meno umano di noi. Non farlo trasformerebbe questa giornata in semplice pietismo, orribile ed angoscioso pietismo e non farebbe fare un passo avanti né al singolo, né alla collettività.

Bisogna riflettere, allora. Bisogna cercare di comprendere come e perché sia così facile scivolare verso l'odio nei confronti del diverso e a quali tragiche conseguenze questo odio può portare.

L'umanità tutta deve sentirsi in debito nei confronti degli ebrei e delle altre vittime dell'olocausto e credo che il miglior modo per onorare questo debito sia quello di impegnarsi perché ciò non possa ripetersi in futuro. Ma ahimè, non mi pare che oggi, almeno in Italia, possiamo dirci con la coscienza a posto.

L'odio per il diverso ha ormai piena legittimità in Italia, anche per precise responsabilità governative.

Questo Governo, che ha vinto il confronto elettorale anche agitando lo spettro di un presunto dilagare della delinquenza in Italia, si è mostrato incapace di mantenere le promesse, nonostante lo schieramento di soldati nelle grandi città e gli impegni di ulteriori giri di vite nei confronti della criminalità.

Nascondere i propri fallimenti buttando la responsabilità sui migranti rappresenta però il seme di quell'odio razziale, e comunque per il diverso, che, ahimè, ha la caratteristica di attecchire con estrema facilità.

Assistiamo non solo a campagne di stampa basate sulla caccia all' "extracomunitario", alla confusione colpevole ed interessata tra immigrato e clandestino, e tra clandestino e criminale, all'invenzione di assurdi balzelli e divieti che hanno posto il nostro paese sotto osservazione da parte della comunità internazionale per violazione dei diritti dell'uomo. Siamo arrivati al tentativo di linciaggio dei balordi criminali, autori di rapine e di uno stupro. Non perché stupratori o rapinatori, ma perché romeni.

Tutte le statistiche ci dicono che la quasi totalità dei crimini, soprattutto della violenza nei confronti di donne e bambini, sono commessi da nostri connazionali ed all'interno di famiglia e conoscenti, ma nessuno di questi sfocia (per fortuna) in tentativi di linciaggio. La violenza si scatena feroce quando ad essere coinvolto è uno straniero.

Se la giornata della memoria non ci aiuta a riflettere su queste cose, se chi ci governa soffia sul fuoco del razzismo, se continuiamo a ridere delle odiose battute di Berlusconi, se non ci indigniamo per l'intolleranza, avremo perso.

Avremo perso per sempre la speranza di vivere in un paese libero, democratico, accogliente.

martedì 20 gennaio 2009

20 Gennaio 2009

Sono le 17.35 del 20 gennaio 2009. Tra circa mezz'ora gli Stati Uniti d'America incoroneranno il quarantaquattresimo presidente della loro storia. Forse mai come questa volta il mondo attende questo evento con trepidazione e speranza. Gli anni bui ed insanguinati dell'era Bush sembrano terminati ed un periodo di pace e prosperità sembra alle porte.

Ma perché?

Che cosa ha quest'uomo di tanto particolare e diverso da creare una simile aspettativa?

E' il programma con cui si è presentato ai suoi concittadini? Sono le sue parole d'ordine? E' la squadra di cui si è circondato?

Credo che una chiave di lettura prescinda dalle qualità di Obama. Mi pare che il mondo sia semplicemente stanco di guerra, di violenza, di sfruttamento, di miseria, di discriminazioni.

Sia alla ricerca di un cambiamento, di una svolta, di incamminarsi verso una nuova era e la caratteristica di Obama sembra essere quella di incarnare il cambiamento, a partire dal colore della sua pelle.

Un uomo che nello stato principe della discriminazione razziale, in cui le prigioni rigurgitano di neri, i bracci della morte accolgono quasi esclusivamente persone di colore, assurge al ruolo massimo non può che essere visto, nel bene e nel male, come l'uomo del cambiamento e della svolta.

Questo porta con sé una grande responsabilità ed un grave pericolo: Obama non può sbagliare. Da oggi in poi potrà soltanto deludere, il mondo non gli perdonerà nessun errore: i suoi sostenitori perché si sentirebbero traditi, i suoi detrattori (e dietro la facciata dei sorrisi ipocriti, delle false congratulazioni, dei sostegni di maniera se ne nascondo numerosi, a partire da casa nostra) perché potranno tirare un sospiro di sollievo.

Anche da noi un uomo si è presentato come l'Uomo nuovo, del cambiamento, un imprenditore prestato alla politica e la gente lo ha seguito. C'è una evidente differenza: al nostro sono state fatte aperture di credito mai concesse a nessuno (ve la ricordate la famosa frase "lasciamolo governare in pace e poi vediamo"?), gli sono state perdonate le più assurde gaffes che un uomo di stato potesse fare, la gente non sembra essersi accorta delle bugie che ha raccontato, non interessano i suoi reati e le leggi che si è fatto per non andare in galera, non conta il fatto che negli ultimi dieci anni ha governato per otto ed ancora oggi se la prende con l'eredità ricevuta dai governi precedenti.

Perché, allora, ad Obama il mondo non dovrebbe perdonare nulla? Perché i progressisti di tutto il mondo temono un effetto boomerang della sua popolarità?

A me sembra semplice la risposta: gli Stati Uniti, nonostante tutti gli altri difetti che ha, è la culla della libertà di stampa: il presidente non potrà manipolare le coscienze dall'alto della proprietà di tre televisioni e non so quanti altri organi di informazione.

Debbo dire che questa cosa mi tranquillizza. Preferisco un Obama in difficoltà nel suo mandato che un Berlusconi saldamente in sella nonostante tutte le stupidaggini e le idiozie del suo modo di governare. E' un prezzo giusto per la difesa della democrazia e della libertà.

Sono comunque convinto che Obama assolverà bene al suo mandato, non mi aspetto che cammini sulle acque, né che moltiplichi il cibo, ma penso che la crisi che sta attanagliando il mondo possa essere affrontata meglio da un uomo che ha la fiducia e l'appoggio di tutto il mondo, piuttosto che da uno che ha pesanti responsabilità nella sua genesi e nel suo aggravarsi.

Penso che la questione mediorientale possa essere meglio affrontata da un uomo che, di secondo nome, si chiama Hussein e, forse, potrà avere una visione più equilibrata della complessità del problema.

Penso che la grandezza di una nazione non si misuri con il numero dei soldati che si riescono a schierare sui vari fronti, né che l'economia sia forte se la ricchezza è concentrata nelle mani di pochi, che senza scrupoli, utilizzano la colpevole assenza di regole per sfruttare il mercato per arricchirsi ulteriormente.

Penso che la fame, la sete, la povertà non possano essere la condizione per garantire ad una piccola parte del mondo di vivere nell'agiatezza.

Sono convinto che la tutela dell'ambiente non possa più essere messo in secondo piano dagli interessi di gruppi di potere (come sembra voler fare il nostro illuminato governo).

Sono le 18.21. L'America ha un nuovo presidente: da oggi le speranze cedono il passo all'impegno ed ai risultati.

Buon lavoro, Presidente Obama!


 


 

 

venerdì 16 gennaio 2009

Notizie buone, notizie cattive

L'Unione degli Atei, Agnostici Razionalisti ha già vinto la sua campagna provocatoria. Che su alcuni autobus genovesi compaia o no la loro pubblicità, il risultato è già stato raggiunto: la gente comincia a parlare della presenza della religione nella nostra vita. Un seme è stato gettato, vedremo come e se germoglierà.

Pur essendo un non credente, non ho mai fatto professione di ateismo, ritenendo che questi aspetti attengano alla vita privata di ciascuno e ad ognuno debba essere garantita la possibilità e l'opportunità di professare in ciò che crede. Questo vale per cattolici, mussulmani, ebrei, buddisti, agnostici e chi più ne ha, più ne metta.

Ma è divertente vedere l'agitazione che quella che sarebbe stata un'innocua campagna pubblicitaria, se solo si fosse semplicemente ignorata, ha gettato tra i rappresentanti della chiesa cattolica. Si è andato da un'intelligente disinteresse ad un ridicolo appello a non pagare il biglietto (ma non è peccato?), fino a ventilare la possibilità di incidenti per gli autobus "toccati dal demonio".

Ma davvero i vertici della chiesa cattolica ed i loro politici lacchè ritengono che la nostra vita sia così pervasa da spiritualità e fede da non tollerare una campagna basata su una frase che non è neppure blasfema, ma è solo un'opinione?

Non si accorgono che, nonostante i crocefissi in ogni luogo pubblico, anche i fedeli vivono sempre più lontano dai precetti cattolici? Non vedono costoro la violenza che pervade la nostra società, le ingiustizie sociali, la sempre più ampia divaricazione tra ricchi e poveri, le odiose discriminazioni razziali? Pensano davvero che il miglior modo di fare opera pastorale sia quello di ottundere il pensiero e la coscienza della gente, impedendo loro di pensare? Ricorrere alle leggi, visto che le persone non seguono i comandamenti, riempire le scuole con i loro insegnanti, visto che le chiese sono sempre più vuote, fare proselitismo in parlamento visto la crisi di vocazione nei seminari?

E fa pensare il fatto che solo i cattolici si siano ribellati nei confronti dell'iniziativa.

Eppure gli slogan parlano di un generico Dio, senza indicare quale, ed i rappresentanti delle altre religioni, evidentemente, ritengono che la fede debba essere esercitata in privato, attenga alla sfera personale.

Soltanto la chiesa cattolica, in Italia, ritiene che una campagna simile sia "offensiva" verso valori ed ideali pubblici. La stessa cosa sarebbe successa, certo con conseguenze molto più gravi, in paesi dove l'integralismo religioso è al potere. Non credo che i talebani o i seguaci di Ahmadinejad vedrebbero di buon occhio l'iniziativa dell'UAAR, ma questo la dice lunga sul livello di laicità dell'Italia, e di come sia ancora lunga la strada per una vera e reale emancipazione della politica di casa nostra
dai dettami di oltretevere.

 

lunedì 12 gennaio 2009

Cessate il fuoco!

Mi ero ripromesso di non scrivere nulla sull'intervento a Gaza City da parte dell'esercito israeliano.

Non avrei voluto scrivere nulla per una sorte di pudore di chi sa che il tema è troppo complesso perché l'opinione di una persona qualunque possa avere un qualche interesse. Ma in fondo un blog, oltre ad essere occasione di confronto con i lettori è anche un'occasione per "parlare con se stessi", quasi in una seduta di autoanalisi. Ed allora eccomi qui, da profano come so di essere su queste questioni, a buttare giù alcune riflessioni, senza pretendere né di dare giudizi, né, tanto meno, di inventare ricette per risolvere questo pluridecennale dramma.

La cosa che più mi colpisce è la spaccatura nel mondo politico tra filo israeliani e filo palestinesi. Sembra quasi che il "merito" di ciò che sta accadendo passi in secondo piano rispetto alla necessità di "schierarsi".

La difesa dei più deboli, degli inermi, che dovrebbe essere, in teoria, uno degli scopi primari della comunità internazionale, sembra essere demandata esclusivamente alle associazioni pacifiste e di volontariato. Mentre si continua ad uccidere donne e, soprattutto, bambini, i politici di tutto il mondo discutono, si accapigliano, litigano per decidere se l'intervento di Israele è una risposta agli attacchi terroristici di Hamas, o un atto di guerra nei confronti dei palestinesi. E mentre i politici discutono, le persone muoiono, a centinaia.

Mi sono fatto la convinzione che le divisioni nella comunità internazionale siano in massima parte da ricondursi ad una sorta di sudditanza psicologica nei confronti di Israele, confondendo ancora la religione ebrea con il governo di Tel Aviv. Sembra che denunciare la palese sproporzione tra gli attacchi di Hamas ed i carri armati israeliani significhi peccare di antisionismo. Lo spettro delle responsabilità del nazismo pesa ancora sulle coscienze della gente.

Voglio dire la mia, senza ipocrisie. Sono convinto che lo sterminio e le atrocità subite dagli ebrei nulla abbiano a che vedere con la situazione attuale e, comunque, non giustifichino ulteriori eccidi, ulteriori violenze, ulteriori atrocità.

E' vero, come spesso si dice, che non si può fare la contabilità dei morti, ma se tra i palestinesi se ne contano ormai quasi mille, in gran parte bambini e donne, e dall'altra parte poche unità e qualche danno da parte di razzi sparati a casaccio, questa disparità un significato dovrà pure averlo!

E se fossero vere anche solo la metà delle cose denunciate da osservatori delle associazioni di volontariato, dai bombardamenti di scuole e quelle degli ospedali, ce ne sarebbe abbastanza per imporre il cessate il fuoco con ogni mezzo che la comunità internazionale ha a disposizione, anche per dare voce a quella gran parte del popolo israeliano che la guerra non la vuole e si oppone a questo tipo di intervento militare.

Questo non significa che i terroristi di Hamas non abbiano responsabilità: ce le hanno e gravissime. Ma uccidere i bambini è la strada più facile e sicura per impinguare le loro fila e non per metterli in condizione di non nuocere.